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domenica 4 gennaio 2015

Santa Elisabetta Ann Seton

Santa Elisabetta Ann Seton


fondatrice (1774-1821) 04 Gennaio

Nata in una famiglia non cattolica, viene abbandonata da ann setontutti, compresi marito e figli nel momento in cui arriva per lei la conversione. Elisabeth e il suo ordine sono considerati i fondatori del sistema scolastico parrocchiale negli Stati Uniti.
La prima santa nativa degli Stati Uniti nacque nella famiglia Bayley il 28 agosto 1774, due anni prima della Guerra d’Indipendenza contro l’Inghilterra. I suoi genitori appartenevano a importanti famiglie non cattoliche delle Colonie. Sua madre, Catherine Charlton, era figlia del rettore della chiesa episcopaliana di S. Andrea a Staten Island, e il padre, dottor Richard Bayley, medico famoso e professore di anatomia al King’s College (in seguito ingranditosi per divenire la Columbia University), fu il primo ufficiale sanitario della città di New-York.

VIDEO-STORIA in inglese

Egli rimase leale alla corona durante la guerra d’indipendenza, servendo come chirurgo nei British Redcoast, che combatterono contro le milizie di Washington. Morta la madre quando lei aveva solo tre anni, il padre si prese cura della sua formazione, assicurandole, qualche volta in modo poco ortodosso, la miglior educazione possibile, sia in un istituto privato di New York che in casa, dove egli stesso faceva scuola a lei e agli altri figli.
Ella leggeva con avidità ciò che trovava nella vasta biblioteca paterna e crebbe con il desiderio di dedicarsi alla cura dei malati, specialmente di quelli poveri. All’età di vent’anni sposò William Magee Seton, un ricco mercante di navi, da cui ebbe cinque figli, due maschi e tre femmine. Mise in pratica le sue aspirazioni giovanili fondando un’organizzazione a New York, “Soccorso delle vedove povere con bambini piccoli”, che le procurò fama e l’appellativo di “suora protestante della carità”.

I membri dell’organizzazione visitavano i poveri nelle loro case e assistevano i malati. Ella stessa si sarebbe trovata presto in circostanze assai mutate, quando la società mercantile del marito fece bancarotta e molte navi furono affondate in battaglia. Il marito poi fu colpito dalla tubercolosi, in quel tempo una malattia letale; prese con sé la moglie e la ann seton1figlia più grande, Anna, e partirono per l’Italia alla ricerca di un clima più mite, ma egli morì subito dopo l’arrivo, nel dicembre 1803. Elisabetta rimase in Italia fino al maggio seguente, ospite di amici cattolici (la famiglia Filicchi). Sentendo crescere dentro di sé l’attrazione verso il cattolicesimo ritornò negli Stati Uniti determinata a diventare cattolica; ricevuta la debita catechesi, abbracciò la nuova confessione il 14 marzo 1805. Abbandonata dalla famiglia, oppostasi duramente a questa decisione, e dagli amici, Elisabetta si trovò in gravi ristrettezze finanziarie.

Cercando di sbarcare il lunario aprì una scuola a New York, dovendola però chiudere quando i genitori ritirarono i figli perché lei era cattolica. Aprì poi un pensionato per studenti dove ella puliva, cucinava, cuciva e si prendeva cura di 14 ragazzi che frequentavano scuole in varie parti della città. Questo duro impegno, che la obbligava a lavorare giorno e notte, le fece balenare la prospettiva di trasferirsi in Canada, dove sperava di trovare una vita più facile e meno cara. Prima che iniziasse a concretizzare questo progetto un prete di Baltimora, venuto a conoscenza della sua situazione, la invitò ad aprire là una scuola per ragazze, cosa che fece nel 1808 con grande successo. In tutte le sue tribolazioni e prove si sentì sostenuta da Dio:
«La sento proprio la presenza protettrice e la grazia consolatrice del mio Redentore e Dio. Mi sollevò dalla polvere per farmi sentire che io gli sono vicina; ha allontanato da me tutte le sofferenze per riempirmi delle sue consolazioni. Egli è mia guida, mio amico e sostegno. Con una simile guida posso forse temere? Con un simile amico posso non essere soddisfatta? Con un simile sostegno posso cadere?».
Elisabetta raccolse attorno a sé un gruppo di donne che nutrivano le sue stesse aspirazioni, come aveva fatto a New York con la Società delle Vedove; gradualmente emerse la possibihtà di erigere formalmente una congregazione religiosa. Il 25 marzo 1809 emise i primi voti nelle mani di don William Duburg, un amico prete, con la benedizione del vescovo di Baltimora, John Carroll. Nel giugno dello stesso anno trasferì la scuola e la comunità, che muoveva i primi passi, in una casa di pietra a Emmitsburg, ann seton2vicino a Baltimora. La comunità vestì un abito religioso e prese il nome di Suore di S. Giuseppe, e da allora Elisabetta divenne famosa con il titolo di madre Seton, titolo particolarmente appropriato: alcuni dei suoi figli stavano ancora con lei alla Stone House (nome con cui il luogo era noto) dove ella era la superiora delle donne che entravano nell’ordine, e la scuola accoglieva bambini poveri fornendo a essi l’istruzione gratuita. Ella confidava sempre nell’aiuto divino: «Dio è con noi, e se le sofferenze abbondano in noi anche le sue consolazioni abbondano grandemente, molto al di là di quanto si possa esprimere».
La comunità adottò, con alcune modifiche, la Regola dell’Ordine francese delle Figlie della Carità di S. Vincenzo de’ Paoli, diventando note come Figlie della Carità di S. Giuseppe. Nel gennaio 1812 venti donne, tra cui le cognate Harriet e Cecilia, si erano unite alla comunità. L’ordine si diffuse rapidamente: fu aperta una casa a Filadelfia nel 1814; fu assunta la cura dei bambini nell’orfanotrofio S. Giuseppe a Emmitsburg, nel Maryland; tre anni dopo fu inaugurato un orfanotrofio a New York.
Ovunque andassero aprivano scuole e insegnavano negli orfanotrofi. Madre Seton scrisse libri di testo, tradusse libri dal francese e compose inni e discorsi spirituali, molti dei quali furono pubblicati. Lei e il suo ordine sono giustamente considerati i fondatori del sistema scolastico parrocchiale negli Stati Uniti, che divenne una delle travi portanti della Chiesa cattolica in quel paese. Tutti i loro successi furono attribuiti all’aiuto di Dio: «… la mia anima è libera e soddisfatta come è stata oppressa e afflitta, poiché Dio mi ha concesso la sua grazia per rimuovere ogni ostacolo alla vera fede nella mia anima, e mi ha riempito di forza per affrontare difficoltà e  tentazioni dalle quali sono esternamente provata…».

Madre Seton morì a Emmitsburg il 4 gennaio 1821. La prima congregazione a essere fondata in suolo americano si diffuse e raggiunse il numero di venti case negli Stati Sant_Elisabetta_Anna_Bayley_SetonUniti, con un impegno e un’influenza crescenti. Attualmente vi sono cinque comunitàindipendenti di suore della Carità, e una sesta si è fusa con le Figlie della Carità francesi. Le sorelle operano negli ospedali, in istituti per bambini, case per anziani e handicappati, scuole di ogni livello.

Possiedono case sia in America del Sud che in quella del Nord, in Italia e in paesi di missione. Che madre Seton fosse candidata alla canonizzazione era cosa ovvia per chiunque la conoscesse. La sua causa fu avviata dal cardinale James Gibbons di Baltimora, successore dell’arcivescovo James Roosevelt Bayley, nipote della Madre, e venne introdotta formalmente nel 1907.
Furono attribuiti alla sua intercessione almeno tre miracoli di guarigione, tra i quali uno dalla leucemia e uno da una grave meningite. Giovanni XXIII la dichiarò venerabile nel 1959 e la beatificò nel 1963. Fu canonizzata da Paolo VI il 14 settembre 1975, alla presenza di più di mille suore dell’ordine. Nella sua allocuzione il papa parlò dei suoi straordinari risultati come sposa, madre, vedova e  consacrata, dell’esempio da lei dato alle future generazioni con forza e dedizione, e di «quella spiritualità religiosa che la prosperità temporale (statunitense) sembra oscurare e rendere quasi impossibile». Il suo corpo è sepolto sotto l’altare nella cappella del santuario nazionale a lei dedicato nella casa provinciale delle Figlie della Carità a Emmitsburg, nel Maryland.
FontiIl primo grande libro dei Santi di Alban Butler

SANTA ANGELA DA FOLIGNO

SANTA ANGELA DA FOLIGNO

Mistica e Terziaria francescana (1248-1309) 4 gennaio
beata angela da folignoGià conosciuta in vita come Maestra dei Teologi, Angela è stata proclamata santa da Papa Francesco il 9 ottobre 2013. Sposa e madre in una ricca famiglia contornata da lusso e piaceri mondani, solo a fronte di una vera e totale confessione inizia il suo cammino di penitenza.
Mistica contemporanea di Dante e di Jacopone da Todi, Angela nacque a Foligno in una ricca famiglia. Non si sa con certezza la data della sua nascita, al contrario di quella della morte, ma sappiamo che si sposò, ebbe dei figli e la madre soddisfaceva tutti i suoi capricci. Cominciò, come lei stessa racconterà al Direttore Spirituale a «conoscere il peccato», come è riportato nel Memoriale steso dallo stesso francescano. Andò a confessarsi, ma «la vergogna le impedì di fare una confessione completa e per questo rimase nel tormento».

VIDEO-STORIA

Pregò così San Francesco che le apparve in sogno, rassicurandola che avrebbe conosciuto la misericordia di Dio. E la pace arrivò nel 1285, attraverso una confessione totale: aveva 37 anni. Iniziò così una vita di austera penitenza (l’esempio di Francesco la guidava) puntando le proprie energie sulla povertà in particolare su tre aspetti: povertà dalle cose, dagli affetti e da se stessa. Cominciò dai vestiti, dal vitto, dalle varie acconciature. Dovette anche affrontare l’ostilità, gli ostacoli e le ingiurie della famiglia: marito, figli e madre stessa. Tutti a remare contro. Ma Angela continuò nella via e nella vita di povertà che ormai si era tracciata.
01-B_Angela_da_Foligno-1Lei perseverò anche quando, in breve tempo le morirono madre, marito e figli. Rimasta sola continuò sempre più decisa il proprio tracciato esistenziale alla sequela di Cristo povero. Vendette quasi tutti i beni e cominciò a passare ore in ginocchio davanti al Crocifisso, nutrendosi quotidianamente della Scrittura.
Angela si presenta come una delle più brillanti incarnazioni dell’ideale francescano della fine del Duecento. In un primo tempo, in preda a strani fenomeni (quali locuzioni interiori, visioni celesti e tentazioni di tenebra), fu giudicata sospetta dai frati minori; ma intorno al 1290 la accettarono fra i penitenti del Terz’ordine.
Durante un pellegrinaggio ad Assisi nel quale intendeva «consultarsi» con Francesco, si fermò dalla sua amica badessa del monastero di Vallegloria che le chiese se voleva rimanere con loro. Ma Angela, pensando anche agli amici che l’accompagnavano (un piccolo cenacolo di «filioli»), rispose: «Il mio posto è nel mondo». Aggiungendo che intendeva rimanere e fare penitenza nella città dove aveva peccato. Oltre ad una certa Masazuola (che Angela chiama «la mia compagna» e si tratta della beata Pasqualina da Foligno) aveva attirato attorno a sé un piccolo cenacolo di «figli» che trovarono in lei una guida spirituale.
VIDEO DALLA TRASMISSIONE “TOTUS TUS”
Come lei stessa narrò a frate Arnaldo, suo confessore (che poi scrisse il Memoriale) lungo il cammino verso Assisi Angela ebbe un lungo dialogo con lo Spirito Santo, e poi con il Cristo. Al pomeriggio tornò nella chiesa di San Francesco e qui ebbe una travolgente esperienza mistica di Dio Trinità, della sua immensità e del suo Amore.Angela_da_Foligno_-_icona_di_Patrizia_Dezi(__2012)
E poiché io – frate scrittore – qui le chiedevo e le dicevo: “Cosa hai visto?, essa rispose. Dicendo: “Ho visto una cosa piena, una maestà immensa, che non so dire, ma mi sembrava che era ogni bene. E mi disse molte parole di dolcezza quando partì e con immensa soavità e partì piano, con lentezza. E allora, dopo la sua partenza, cominciai a strillare ad alta voce – o urlare – e senza alcuna vergogna strillavo e urlavo, dicendo questa parola, cioè: “Amore non conosciuto perché? Cioè, perché mi lasci? Ma non potevo dire – o non dicevo – di più; gridavo solo senza vergogna la predetta parola, cioè: “Amore non conosciuto, e perché e perché e perché”».
La sua autobiografia spirituale mostra i trenta passi che l’anima compie raggiungendo l’intima comunione con Dio, attraverso la meditazione dei misteri di Cristo, l’Eucaristia, le tentazioni e le penitenze. Esso rappresenta la prima sezione del Liber. La seconda parte, nota come Instructiones, contiene documenti religiosi di vario tipo, curati da diversi e ignoti redattori, dove si trovano anche le lettere che Angela scriveva ai suoi figli spirituali.
Santa Angela da Foligno insegna che non c’è vera vita spirituale senza l’umiltà e senza la preghiera. Questa può essere corporale (vocale), mentale (quando si pensa a Dio) e soprannaturale (contemplazione): «In queste tre scuole uno conosce sé e Dio; e per il fatto che conosce, ama; e perché ama, desidera avere ciò che ama. E questo è il segno del vero amore: che chi ama non trasforma parte di sé, ma tutto sé nell’Amato».
Angela_of_Foligno_1Angela morì il 4 gennaio 1309, ma il suo ricordo ed il suo insegnamento attraversarono i secoli e fra i tanti che aderirono alla sua spiritualità, ricordiamo Santa Teresa d’Avila e la Beata Elisabetta della Trinità.
Angela comprese che la profonda comunione con Dio non è un’utopia, ma una possibilità, impedita solo dal peccato: di qui la necessità della mortificazione e del sacrificio; per raggiungere l’unione profonda con il Signore sono indispensabili l’Eucaristia e la meditazione della Passione e Morte di Cristo, ai piedi della Croce, insieme a Maria Santissima.
Sergio Andreoli, studioso della Beata, sintetizza il suo messaggio affermando che la spiritualità di Angela parte dall’affermazione centrale che «Dio è tutto Amore e perciò ama in modo totale» e che per corrispondere a questo amore non si dovrà fare altro che seguire il Cristo «che si è fatto e si fa ancora via in questo mondo; via… veracissima e diritta e breve».
PREGHIERA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II
DAVANTI ALLA TOMBA DELLA BEATA ANGELA DA FOLIGNO 
Foligno – Domenica, 20 giugno 1993 –
Beata Angela da Foligno! Grandi meraviglie ha compiuto in te il Signore. Noi oggi, con animo grato, contempliamo e adoriamo l’arcano mistero della divina misericordia, che ti ha guidata sulla via della Croce fino alle vette dell’eroismo e della santità. Illuminata dalla predicazione della Parola, purificata dal Sacramento della Penitenza, tu sei diventata fulgido esempio di virtù evangeliche, maestra sapiente di discernimento cristiano, guida sicura nel cammino della perfezione.  angela da foligno
Hai conosciuto la tristezza del peccato, hai sperimentato la “perfetta letizia” del perdono di Dio. A te Cristo si è rivolto con i dolci titoli di “figlia della pace” e di “figlia della divina sapienza”. Beata Angela! confidando nella tua intercessione, invochiamo il tuo aiuto, perché sincera e perseverante sia la conversione di chi, sulle tue orme, abbandona il peccato e si apre alla grazia divina.
Sostieni quanti intendono seguirti sulla strada della fedeltà a Cristo crocifisso nelle famiglie e nelle Comunità religiose di questa Città e dell’intera Regione. Fa’ che i giovani ti sentano vicina, guidali alla scoperta della loro vocazione, perché la loro vita si apra alla gioia e all’amore. Sostieni quanti, stanchi e sfiduciati, camminano con fatica fra dolori fisici e spirituali. Sii luminoso modello di femminilità evangelica per ogni donna: per le vergini e le spose, per le madri e le vedove. La luce di Cristo, che rifulse nella tua difficile esistenza, brilli anche sul loro cammino quotidiano.
Implora, infine, la pace per noi tutti e per il mondo intero. Ottieni per la Chiesa, impegnata nella nuova evangelizzazione, il dono di numerosi apostoli, di sante vocazioni sacerdotali e religiose. Per la Comunità diocesana di Foligno implora la grazia di un’indomita fede, di una fattiva speranza e di un’ardente carità, perché, seguendo le indicazioni del recente Sinodo, avanzi spedita sulla strada della santità, annunciando e testimoniando senza sosta la perenne novità del Vangelo. Beata Angela, prega per noi!
FONTI:  http://www.santiebeati.it/dettaglio/30700; http://www.santaangeladafoligno.it/; http://www.ofsconegliano.it/wordpress/?page_id=550

sabato 3 gennaio 2015

SANTA GENOVEFFA

Santa Genoveffa di Parigi

(ca 422-ca 500) 03 Gennaio
Figlia di una ricca famiglia di commercianti non si lascia GENOVEFFA DI PARIGIspaventare dalle ingiurie e dagli insulti ma con coraggio porta avanti i principi cristiani basandosi sulla preghiera e il digiuno per convertire i re, scoraggiare invasori come Attila e piegare anche i cuori più induriti.
Secondo l’antica biografia, Genoveffa, santa patrona di Parigisi consacrò a Dio a sette anni, quando S. Germano di Auxerre (31 lug.), nel corso di un viaggio in Britannia volto a contrastare il diffondersi del pelagianesimo, riconobbe la futura santità della giovinetta e in una veglia notturna pose la sua mano sulla testa di lei. Probabilmente discendeva da una ricca famiglia gallo-romana e fu presentata al vescovo di Parigi per ricevere il velo delle vergini consacrate all’età di quindici anni. Visse con i suoi genitori a Nanterre, pochi chilometri a nord ovest di Parigi (attualmente nei sobborghi), fino alla loro morte. In seguito andò a vivere con la nonna a Parigi, facendo opere di carità lì e in altre città (tra cui Meaux, Tours e Orléans).

VIDEO-STORIA

Benché la sua fama di taumaturga si fosse diffusa, per ragioni mai chiarite essa incontrò ostilità enormi: si può forse pensare che si sia alienata la simpatia della propria classe sociale a causa dei digiuni che faceva per identificarsi con i poveri, o per la distribuzione di cibo ai diseredati (i mercanti non amano concorrenti che donano ciò che essi possono vendere). Ancora, i suoi modi potevano risultare troppo entusiastici e fuori misura.
Anche il fatto di essere una donna poteva stimolare le accuse: prepotente, visionaria, ipocrita e bugiarda! Un ulteriore segno di favore da parte di S. Germano, che le inviò un pane GENOVEFFAbenedetto come prova della stima e solidarietà per il suo lavoro, pose però fine alle persecuzioni. In quel periodo i Franchi stavano conducendo con successo una campagna militare in Gallia, e conquistarono Parigi dopo un lungo assedio che aveva ridotto la popolazione allo stremo.
Genoveffa guidò una spedizione fluviale sulla Senna fino alla città di Troyes alla ricerca di cibo e ritornò trionfalmente con un gran carico di grano: il fatto, se realmente accaduto, darebbe sostegno all’ipotesi che la sua famiglia appartenesse alla classe dei mercanti, ed ella conoscesse la navigazione della Senna come rotta commerciale.
Da allora in poi la fama e la reputazione di santità di Genoveffa si diffusero ancor più non solo tra il popolino di Parigi ma anche nei circoli dominanti. Ispirò la cittadinanza a costruire una chiesa in onore di S. Dionigi di Parigi (in francese S. Denis, antico vescovo della città e patrono di Francia, 9 ott.). Childerico, il pagano conquistatore di Parigi, la rispettò e, per sua intercessione, risparmiò la vita di molti prigionieri. Quando giunse la notizia che Attila re degli Unni stava avanzando verso Parigi, Genoveffa suggerì al popolo di non fuggire in preda al panico, ma di allontanare il pericolo con digiuni e preghiere; in effetti Attila cambiò il piano di marcia e si diresse verso Orléans. Parigi fu salva.
Anche Clodoveo, re dei Franchi dal 481 al 511 e fondatore della dinastia merovingia, ascoltò i suoi consigli: su sua richiesta liberò prigionieri e divenne egli stesso cristiano nei 496. Aveva sposato Clotilde, principessa burgunda di religione cattolica, anch’essa venerata come santa (3 giu.), la quale fu corresponsabile della sua conversione, avvenuta al termine di una battaglia contro gli Alemanni, durante la quale aveva invocato il soccorso di quel Gesù nel quale sua moglie credeva. Vinse la battaglia e si fece battezzare. Prima di morire, nel 511, convocò il primo sinodo nazionale, il concilio d’Orléans, del territorio che doveva poi diventare il Regnum Francorum. 
Si racconta che abbia avviato la costruzione della chiesa dei SS. Pietro e Paolo su suggerimento della santa: ella vi fu poi sepolta e la fama dei miracoli a lei attribuiti fece sì che la sua tomba fosse meta di Santa Genoveffa di Parigipellegrinaggi da tutta la Francia, e la chiesa divenisse nota con il titolo di Santa Genoveffa. Per inciso va notato che il culto di S. Pietro – in particolare – fu spesso eclissato nel tardo periodo merovingio dalla venerazione per i resti mortali dei santi sepolti nella chiesa; questi corpi di santi assicuravano reliquie di “prima classe”, cioè veri frammenti del corpo, mentre tutto ciò che si poteva ottenere dalle tombe degli Apostoli a Roma era di “seconda classe”, consistendo in ritagli di abiti messi a contatto con le tombe degli Apostoli.
Il più grande miracolo attribuito all’intercessione di Santa Genoveffa avvenne nel 1129, durante un’epidemia di ergotismo, “febbre bruciante” o “fuoco sacro”, come era chiamata nel Medio Evo l’infezione che percorse la Francia e la Britannia nel XII e XIII secolo, e la cui causa era legata al consumo di pane di segala infettato da un fungo di color viola scuro (il nome popolare deriva dalla sensazione di un fuoco che divora internamente, provocando convulsioni e cancrene mortali). Né medici, né preghiere, né digiuni parevano alleviare l’epidemia, finché fu portata in processione solenne fino alla cattedrale l’urna contenente le ossa di Santa Genoveffa. Da un punto di vista razionale si potrebbe spiegare l’accaduto supponendo che malgrado il crescere del panico tra la popolazione l’epidemia stesse di fatto scemando (la paura si diffonde più rapidamente del pericolo reale, e la processione servì per calmare il panico).
Quando l’anno dopo papa Innocenzo II visitò Parigi ordinò che annualmente si commemorasse il miracolo, cosa che avviene tuttora nelle chiese parigine. L’urna con le ossa della santa venne in seguito portata nella cattedrale in ogni caso di catastrofe o di crisi nazionale. La sua importanza crebbe ancora quando Parigi divenne capitale della Francia e il possesso delle sue reliquie fece sì che il popolo la sentisse molto vicina e si rivolgesse al suo aiuto reinterpretando la sua leggenda alla luce dei Santa Genoveffa di Parigiproblemi attuali; nacquero confraternite in suo onore, dotate del privilegio di portare in processione l’urna delle ossa; e infine ad essa si ispirarono molte opere d’arte.
L’edificio della chiesa dove era la sua tomba cominciò a decadere, e nel 1746 si iniziò a  rimpiazzarlo con uno di forma neoclassica, ornato da una grande cupola. Questo edificio fu però secolarizzato durante la Rivoluzione francese, divenendo l’attuale mausoleo nazionale, il Panthéon; tra il 1851 e il 1855, sotto Napoleone III , fu riaperto come chiesa. La tomba di Genoveffa e molte delle sue reliquie furono distrutte o saccheggiate durante la Rivoluzione, ma la devozione continuò.
Numerose chiese le furono dedicate in Francia, e due anche in Inghilterra nel periodo medievale. Noi conosciamo solo i più scarni dettagli della sua vita, ma il suo culto postumo ha avuto grande importanza nella vita della Francia; oltre ad essere patrona di Parigi viene invocata in caso di siccità, piogge torrenziali, alluvioni o altri disastri, e la sua intercessione per la salvezza di Parigi l’ha fatta dichiarare anche patrona delle Forze Armate, titolo confermato da papa Giovanni XXIII nella Lettera Apostolica del 18 Maggio 1962, in risposta alla richiesta dell’arcivescovo Feltin, vescovo di Parigi e ordinario militare dell’esercito francese.
E’ INVOCATA: contro la peste, pioggia torrenziale e alluvioni, siccità; come protettrice di fabbricanti di cera, pastori, tappezzieri, forze armate
FontiIl primo grande libro dei Santi di Alban Butler

venerdì 2 gennaio 2015

Santi Basilio Magno e Gregorio Nazianzeno

Santi Basilio Magno e Gregorio Nazianzeno


Vescovi e dottori della Chiesa (329-379) / (ca. 329-390) 2 gennaio 

S. BASILIO MAGNO e S. GREGORIO NAZIANZENOQuesti due grandi santi provenienti dalla Cappadocia (Asia Minore) furono legati da amicizia, ed esercitarono un’enorme influenza sullo sviluppo della spiritualità monastica sia in Oriente che in Occidente ed ebbero una parte di vitale importanza nella lotta tra ortodossi e ariani.
Oggi essi vengono pertanto commemorati insieme (la festa di S. Basilio era celebrata in precedenza il 14 giu, e quella di Gregorio il 9 mag.). Le loro vite si intrecciarono, e il loro insegnamento, insieme a quello del terzo grande cappadoce, il fratello minore di Basilio Gregorio di Nissa (10 gen.), forma una cosa sola, sebbene ci siano sfumature proprie di ognuno, essendo Basilio uomo di azione e Gregorio un intellettuale e un mistico. Entrambi ci hanno anche lasciato molte informazioni sulla loro vita nella loro estesa corrispondenza e in altri scritti.

VIDEO-STORIA

Basilio nacque a Cesarea, capitale della provincia romana di Cappadocia, nel 329. Proveniva da una famiglia facoltosa e di rango elevatoanche per il numero di santi presenti tra i suoi membri. Suo padre è venerato come S. Basilio l’Anziano, sua madre era S. Emmelia; la nonna paterna era S. Macrina l’Anziana (14 gen.), convertita da Gregorio Taumaturgo, il discepolo più famoso del maestro spirituale di Basilio, Origene.

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San Basilio

Aveva nove tra fratelli e sorelle, tra cui S. Macrina la Giovane (19 lug.), S. Pietro da Sebaste (9 gen.) e S. Gregorio di Nissa. Passò la sua gioventù nella casa della nonna, il cui esempio e insegnamento furono i fattori più importanti nella sua crescita. Come altri giovani di famiglia benestante studiò presso vari centri, prima a Costantinopoli e poi ad Atene,dove incontrò Gregorio Nazianzeno: qui furono poste le fondamenta della loro amicizia.

Si trattava in un certo senso dell’attrazione di opposti caratteri: Basilio doveva elaborare il più evoluto pensiero sociale nella storia della Chiesa, mentre Gregorio espresse tendenze marcatamente dirette all’individuo. Tra i loro compagni di studio c’era anche il futuro imperatore Giuliano l’Apostata (nipote di Costantino). Al suo ritorno a Cesarea, dopo aver completato gli studi, Basilio insegnò retorica, che a quel  tempo occupava un posto privilegiato nel curriculum universitario, ma l’influenza della sorella Macrina lo portò ad abbandonare la carriera mondana come retore o avvocato, alla quale pareva destinato. Sembra che il battesimo risalga a questo periodo; cominciò allora un viaggio di visita a tutti i principali monasteri di Siria, Palestina, Egitto e Mesopotamia, al fine di studiare anzitutto la vita religiosa.
Si stabilì poi nel Ponto, nel luogo dove i fiumi Iris e Annesi si incrociano, dove già si erano ritirate la sorella con la loro madre vedova e altre donne per formare una comunità religiosa, in una delle loro proprietà familiari.  Subito attirò discepoli, tra i quali suo fratello Pietro, e così si costituì il primo monastero in Asia Minore. Praticò la vita monastica solo per cinque anni e le sue riflessioni, Basilio e Gregoriodiscussioni e risposte alle domande dei suoi discepoli durante questo periodo costituiscono le Regole ampie e brevi che, oltre all’influsso permanente esercitato sul monachesimo in Oriente, furono note anche a S. Benedetto, giungendo così a permeare anche lo spirito del monachesimo occidentale.
Verso il 358 fondò un eremo con Gregorio, e lì vissero dividendo il tempo tra preghiera, scrittura e contemplazione. Questo periodo vide la composizione della Filocalia, una collezione di testi spirituali ricavati da Origene. Nel 363 fu ordinato diacono e poi prete, manifestamente contro la sua volontà (la stessa cosa disse Gregorio della propria ordinazione). Eusebio, arcivescovo di Cesarea, lo convocò in città per confutare gli insegnamenti ariani, allora all’apice della loro influenza e potere, forti dell’appoggio degli imperatori eretici che perseguitavano la cristianità ortodossa. Eusebio divenne però geloso della fama e dell’influenza di Basilio, e costui si ritirò, una volta ancora, nella sua solitudine.
Nel 365, tuttavia, Gregorio lo convinse a tornare a Cesarea, dove guidò di fatto la diocesi per cinque anni, pur restando all’ombra di Eusebio, fino alla morte di questi, avvenuta nel 370, Basilio fu allora chiamato a succedergli. Fu così vescovo di Cesarea, esarca del Ponto e metropolita di cinquanta vescovi suffragane, alcuni dei quali si erano opposti alla sua elezione e continuarono a mostrargli un’ostilità piegata infine con la pazienza e la carità. Fu un amministratore modello e mostrò variamente il suo pensiero pastorale e sociale.

Organizzò personalmente una mensa popolare e distribuì cibo ai poveri in un periodo di carestia seguito alla siccità. Diede la Sua eredità familiare in beneficenza ai poveri della sua diocesi. Le San_Basilio_Magno_Rsue lettere mostrano la sua sollecitudine pastorale per la conversione di ladri e prostitute; ammonizioni al clero tentato dalla ricchezza e da una vita facile; attenzione nella scelta dei candidati ai vari ordini; severità verso i pubblici ufficiali che venivano meno al loro dovere di giustizia, e una moltitudine di altre iniziative. Mattina e sera predicava a vaste moltitudini; costruì un vasto complesso di edifici, tra cui un grande ospedale situato appena fuori le porte di Cesarea: conosciuto con il nome di Basiliade era considerato una delle meraviglie del mondo antico.

L’imperatore d’Oriente Valente (364-78, fratello di Valentiniano I), che aveva abbracciato l’arianesimo, inviò il suo prefetto Modesto a Basilio con l’ordine di sottomettersi o almeno di trovare un compromesso con la fazione ariana dominante.

Basilio rifiutò in modo adamantino e a uno stupito Modesto, che lamentava che mai nessuno gli aveva parlato così, rispose tranquillamente: «Forse tu non hai mai trattato con un vescovo fino ad ora». Modesto dovette riferire all’imperatore che «solo con la violenza si può prevalere su un tale uomo». Valente non potè, o non volle, tentare questa via e anche i suoi sforzi di esiliare Basilio fallirono; fece marcia indietro e mai più interferì negli affari ecclesiastici di Cesarea. Partecipò anzi alla Messa dell’Epifania del 372, nella chiesa di Basilio, e ne fu talmente impressionato da fargli dono di terreni per costruire nuovi edifici a Basiliade. Basilio fu anche strumento nello sforzo di porre limiti al potere statale sulla Chiesa, una questione divenuta urgente con la speciale protezione, accordata da Costantino, al cristianesimo, e in conseguenza dello sviluppo della icona_s_basilio“teologia politica” di Eusebio di Cesarea, secondo il quale Chiesa e impero erano in egual misura immagini del Regno dei Cieli e l’imperatore cristiano primeggiava in entrambi.
Riflettendo su Rm 13, 1-4 Basilio si convinse che tutto il potere statale deriva da Dio e che i cristiani gli devono fedeltà a condizione che le sue leggi siano per il bene generale della societàse però lo stato comanda in trasgressione alla legge divina, c’è un limite al dovere cristiano di obbedienza. Con questi fondamenti dottrinali si rifiutò di porre la sua firma al credo ariano, e incoraggiò chierici e laici a resistere a ogni tentativo di imporre con la forza l’arianesimo. Si alzava così una voce importante in difesa della libertà della Chiesa di fronte al potere dello Stato.
Prima di abdicare alle proprie rivendicazioni, Valente fu occasione di una rottura tra Basilio e il suo grande amico Gregorio, La fine del predominio dell’arianesimo in Oriente si ebbe con la morte in battaglia di Valente nel 378, ma proprio in quel tempo Basilio fu immobilizzato da una grave infermitàMorì, logorato dal lavoro e da una malattia allo stomaco che lo tormentava da tempo, L’1 gennaio 379 (in Oriente è celebrato in questa data), Gregorio pronunciò l’orazione funebre, nella quale con commozione pensava al loro futuro una volta riuniti in cielo:

San Gregorio Nazianzeno«Accoglimi, Basilio, anche là nella tua dimora, quando lascerò questa vita; che noi possiamo vivere insieme e contemplare più direttamente e perfettamente la santa e benedetta Trinità, della quale sulla terra siamo stati testimoni, seppur di fugaci bagliori. Così conseguiremo l’adempimento del nostro desiderio, riceveremo la ricompensa delle nostre battaglie e degli attacchi a cui abbiamo resistito».

Il monachesimo, nato nel deserto d’Egitto, fu per molte generazioni un movimento popolare ed evangelico, lontano dalla conoscenza del mondo ellenistico e dalla spiritualità di Padri come Clemente e Origene. Furono i Cappadoci (Basilio, Gregorio e Gregorio di Nissa) a dargli un contenuto teologico e a trasformarlo in un movimento intellettuale. L’opera spirituale o, meglio, monastica di Basilio fu soprattutto legislativa.

Sostenne la vita cenobitica in opposizione a quella eremitica o solitaria: «Chi non sa che noi siamo esseri civili e sociali e non solitari e selvaggi? Non c’è niente di più proprio alla nostra natura quanto l’essere in società con un altro, abbiamo bisogno dell’altro…» (dalle Regole ampie). Per lui i monaci sono semplici cristiani che cercano la via più efficace per ottenere la salvezza. Questa visione deriva in definitiva dal comandamento evangelico dell’amore reciproco, illuminata dall’insegnamento paolino e giovanneo sulla carità, ed è completamente in armonia con la visione di gnosis (conoscenza) di Clemente e Origene, concepita come un traguardo da realizzarsi all’interno di una comunità amante.
Basilio il Grande, Gregorio di Nazianzo e Giovanni Crisostomo
Basilio integrò il monachesimo nella Chiesa, sia universale che locale. Le suecomunità, che dovevano rimanere piccole per mantenere il carattere interpersonale dei rapporti interni,includevano un orfanotrofio e una scuola dove i bambini venivano preparati alla vita monastica e anche alla vita “nel mondo”. Il monaco prendeva parte a tutte le attività sociali della Chiesa, alle quali lo stesso Basilio, come vescovo, aveva dato grande impulso con il suo esempio. La comunità poteva avere proprietà ma il singolo monaco doveva vivere in assoluta povertà, in ordine al completo distacco dai piaceri del mondo che Basilio imponeva per indebolire la concupiscenza e lasciare spazio a una nuova vita, piena solo della volontà di Dio.
Questo ascetismo personale era in consonanza con quello dei più antichi eremiti; il suo radicalismo consiste nel dire con insistenza che l’individuo è fatto per la vita spirituale non attraverso una solitudine “liberante” ma mediante l’integrazione in una società ideale. Questo ideale, che in forma diversa è enunciato anche da S. Benedetto, permea il monachesimo occidentale. Ebbe influenza anche in Oriente, pur entrando costantemente in conflitto con la tradizione più antica, anarchica e individualistica. In Occidente è venerato come uno dei quattro dottori greci; in Oriente come il primo dei tre santi patroni. In quanto patriarca dei monaci orientali ha sempre goduto grande fama in Russia, dove è onorato come uno dei suoi santi patroni (con i santi Giuseppe, Andrea, Nicola di Bari e Casimiro di Polonia).
San Gregorio Nazianzeno1

Pio XI, con la sua lettera del 2 febbraio 1930, lo nominò speciale patrono della Russia insieme a S. Giuseppe. Il titolo di dottore della Chiesa gli deriva dal contributo decisivo nel dibattito sulla Trinità, occasionato dalla controversia ariana, che si estese dal problema della divinità del Figlio a quello della divinità dello Spirito Santo. Basilio capì che, aderendo alla formula decisa a Nicea, si doveva assicurare la definizione precisa dei suoi termini, cosa essenziale per una corretta comprensione.

Fu responsabile della definizione dei termini ousia (natura) e hypostasis (persona), come pure della formulazione classica di tre Persone in una sola Natura (la loro relazione con questa natura fu definita da Gregorio). Il suo grande contributo alla teologia trinitaria fu l’insistenza sulla divinità e l’eguaglianza di natura dello Spirito Santo. Scrisse;
«C’è chi asserisce che lo Spirito Santo non debba essere posto nella stessa categoria insieme al Padre e ai Figlio essendo egli diverso da essi per natura e inferiore in dignità. A costoro è giusto rispondere con la parola degli apostoli; “Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (At 5, 29). Perciò quando il Signore affidò ai discepoli il battesimo della salvezza, chiaramente ordinò loro di “battezzare tutte le nazioni nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28, 19)senza disdegnare la comunione con lui […]» (De Spiritu Sancto X, 24). «Noi diamo gloria allo Spirito Santo insieme con il Padre e il Figlio, nella convinzione che lo Spirito non è estraneo alla natura divina, poiché ciò che è estraneo per natura non ha parte agli stessi onori […] Poiché, allora, (lo Spirito) è per natura santo, come il Padre è santo per natura e così i l Figlio, non permettiamo che sia separato e diviso dalla divina e benedetta Trinità, e ripudiamo coloro che con ignoranza lo considerano parte della creazione» [ep. 159. 2).
FontiIl primo grande libro dei Santi di Alban Butler

giovedì 1 gennaio 2015

SAN GIUSEPPE TOMASI

SAN GIUSEPPE TOMASI

(164-1713) 1 Gennaio
I genitori entrano in convento, le quattro sorelle si fanno suore San_Giuseppe_Maria_Tomasi_Ae lui stesso sceglie la strada della completa donazione a Dio. Non senza prove o desolazioni spirituali arriva ad un misticismo tale da ottenere guarigioni al solo contatto con i suoi abiti.
Giuseppe Maria Tommasi nacque a Licata in Sicilia il 12 settembre 1649. Era figlio del duca di Palma e principe di Lampedusa e della moglie Maria: avevano già quattro figlie, tutte destinate a farsi suore benedettine nel convento di Palma di Montechiaro, findato dal padre, Giuseppe, giovane ben educato e buon studioso di greco, si unì ai teatini in circostanze alquanto singolari: sua madre era già entrata in convento come oblata o terziaria, e suo padre decise di fare lo stesso lasciando a Giuseppe tutta la sua proprietà, pronto però a riconoscere la vocazione del figlio.

VIDEO-STORIA 1A PARTE

TOMASI.1jpgEgli scelse i teatini in gran parte perchè lo zio, don Carlo, era stato membro insigne dell’ordine. Entrò nel noviziato a Palermo nel 1664, ma fu subito trasferito a Palmi a causa della sua salute; si recò a Messina per studiare greco e poi a Roma e, ancora presso le università di Ferrara e Modena. La sua fama di studioso si diffuse presto, egli mostrò anche una notevole attitudine per la musica sacra. Si dice che la sorella Isabella (suor Maria Crocifissa), che gli rimase sempre vicina e fu per lui una continua fonte di incoraggiamento, avesse  profetizzato che egli sarebbe diventato cardinale, aggiungendo, con la tipica sapienza popolare siciliana, che un cavallo è sempre un cavallo, per quanto raffinata sia la sua bardatura.

VIDEO-STORIA 2A PARTE

Fu ordinato prete nel 1673, e cantò le Messe di Natale in S. Silvestro, a Roma, la città dove rimase trent’anni. Le lettere alla sorella riferiscono di anni di prove e desolazioni spirituali, e mostrano un’anima assai scrupolosa, anche se pare che egli abbia esercitato una rasserenante e salutare influenza su tutti coloro con cui entravain rapporto. Dedicò la sua vita alla preghiera e allo studio, concentrandosi particolarmente sullo studio della filosofia greca, delle Scritture (imparò l’ebraico da un rabbino che grazie a lui si fece cristiano) e del Breviario, giungendo a diventare un insigne esperto di liturgia. Pubblicò lo Speculum di S. Agostino, seguito dal Codices Sacramentorum (quattro antichi testi liturgici).  TOMASI
Fu scelto come confessore dal cardinale Albani, che con riluttanza accettò il papato (Clemente XI); Giuseppe gli aveva fatto presente che un rifiuto sarebbe stato un peccato mortale. Clemente “per vendetta” insistette nel nominare Tomasi cardinale, nonostante le sue proteste di indegnità. Come cardinale continuò il suo semplice e austero stile di vita, che estese alle celebrazioni liturgiche della sua chiesa, durante le quali si cantava solo in gregoriano. Egli stesso si impegnò nell’insegnamento del catechismo dei bambini. La gente, specialmente i poveri, accorrevano a lui, e venne acclamato santo già durante la sua vita. La sua salute declinò: si mortificava, ma a chi glielo chiedeva consigliava una saggia moderazione. completamente assorto nell’amore di Dio, fu spesso visto in uno stato di estasi che lo rendeva ignaro di chi lo circondava. Nel Natale del 1712 era già estremamente debole, ma insistette per celebrare le tre Messe nella sua cappella privata. Due giorni dopo si mise a letto e morì, fortificato dal viatico, l’1 gennaio 1713.
Le guarigioni, che si diceva avvenissero già in vita, al contatto con i suoi abiti , si moltiplicarono dopo la sua morte. Fu beatificato nel 1803 e canonizzato nel 1986 da papa Giovanni Paolo II.  
Fonte: Il primo grande dizionario dei santi di Alban Butler
Per chi volesse approfondire la vita di questo santo http://www.infolio.it/cda/giuseppe/giusvita.htm

mercoledì 31 dicembre 2014

SAN SILVESTRO

SAN SILVESTRO 

papa (335) 31 dicembre
San Silvestro I 4Questa è la storia di un papa apparentemente insignificante, che visse in un periodo storico importantissimo per la chiesa nonostante la conversione di un imperatore come Costantino. Non fu comunque esente da leggende, sogni rivelatori e segni straordinari.  
Silvestro era figlio di un romano chiamato Rufino; successe a Milziade nel 314, neanche un anno dopo che l’editto di Milano decretò una certa tolleranza nei confronti dei cristiani, e il suo pontificato durò vent’anni durante il regno dell’imperatore Costantino. Giacché in questo periodo la Chiesa, che era stata soggetta a periodi di persecuzione, era divenuta un’autorità potente e riconosciuta nell’impero romano, spesso si affermava che papa Silvestro aveva svolto una parte importante nel determinare questo cambiamento. In pace con l’autorità civile, ma non tra di loro: così sono i cristiani del tempo.
Il suo pontificato durerà più di venti anni (la morte lo coglierà infatti il 31 dicembre del 335), ma nulla di certo si conosce attorno alla sua persona e al suo ministero. Gli storici sono concordi nel ritenere il suo un pontificato di basso profilo, subissato dalla grandiosa azione di Costantino. Eppure è sotto di lui che si compie una delle svolte più importanti della storia della Chiesa. Forse per questo nei secoli successivi i cristiani riempiono di leggende quella storia che mancava. Secondo una di queste leggende, appena eletto, Silvestro dovette rifugiarsi sul monte Soratte per sfuggire a una persecuzione scatenata da Costantino dopo il suo editto. Costantino si sarebbe per questo ammalato di lebbra, perciò avrebbe fatto chiamare dal Soratte Silvestro che, battezzando l’imperatore, lo avrebbe miracolosamente guarito dal morbo. Inoltre Silvestro avrebbe convertito la madre di Costantino, che aveva aderito al giudaismo, sostenendo pubblicamente una disputa con dodici scribi. Ma la leggenda più nota è quella riguardante la «Donatio Constantini», un falso probabilmente dell’VIII secolo con il quale si fece risalire allavolontà dell’imperatore -che aveva trasferito a Costantinopoli la capitale- il governo del Papa sulla città di Roma, ovvero il potere temporale della Chiesa.
san silvestro IQuesto straordinario falso, contro cui inveì Dante e molti dopo di lui, ebbe una enorme importanza storica: il potere temporale è stato una garanzia di libertà per la Chiesa, durante i secoli (peraltro il documento può essere falso, ma è assolutamente vero che il popolo di Roma, abbandonato dagli imperatori, fin dalla calata dei barbari si pose nelle mani -anche politiche- del suo vescovo). La verità storica però è che Silvestro e Costantino si videro al massimo una o due volte e probabilmente non ebbero mai occasione di parlarsi. Costantino, inoltre, fu battezzato solo nell’imminenza della sua morte, nel 337, e non da Silvestro, che era già morto, bensì dal vescovo Eusebio di Nicomedia. Ciononostante la Chiesa greca lo onora come santo e la tradizione lo definisce “il primo imperatore cristiano“.
Sicuramente non si può dire che il 28 ottobre del 312, quando sconfigge Massenzio riconquistando Roma, dopo aver fatto imprimere sugli scudi dei soldati il monogramma cristiano sognato la notte precedente, Costantino fosse o si definisse cristiano. Era un grande condottiero e un grande riformatore. Ma le cronache dicono che, almeno inizialmente, Costantino non abiurò, pur parlandone con fastidio, la religione imperiale.
Alcuni storici sostengono che Costantino fosse mosso esclusivamente da scaltrezza politica, per accattivarsi il sostegno dei cristiani. Ma, in mancanza di documenti, tutte le ipotesi sono possibili. Quel che è certo è che, appena entrato in Roma, Costantino scrive a Massimino Daia chiedendo la fine delle persecuzioni contro i cristiani. Poi, dopo l’Editto di Milano, intima la restituzione alla Chiesa di tutti i beni confiscati sotto le persecuzioni e la riparazione dei danni. Il Liber Pontificalis contiene una lunga lista di splendidi doni dell’imperatore alla Chiesa, inclusi pesanti calici e patene d’argento, candelieri, lampadari a bracci, fonti battesimali, oltre al ricavato delle aziende agricole e SAN SILVESTRO2delle rendite (non si discute la sua generosità nei confronti della Chiesa). Era un periodo in cui la comunità cristiana iniziava a crescere come autorità a Roma, mantenendo il diritto di proprietà edesercitando il potere temporale, ma Costantino non considerava Roma come centro istituzionale  dell’impero.
Dona inoltre alla Chiesa la sua residenza del Laterano – la residenza dei pontefici fino al XIV secolo -, gettando lì a fianco le fondamenta della grande Basilica Lateranense, che sarà la “madre di tutte le chiese”. È sotto il pontificato di Silvestro che si realizza il programma edilizio di Costantino con l’edificazione delle grandi basiliche romane. A poco a poco tutte le leggi vengono cristianizzate (si introduce anche il giorno festivo domenicale). Soprattutto è gravida di conseguenze positive la decisione di Costantino di concedere l’immunità ecclesiastica, cioè l’esonero dei chierici dai «munera».
Costantino riconosce ufficialmente per questo solo la Chiesa “cattolica”, cioè quella che conserva la comunione con le altre chiese cristiane, la “grande Chiesa”, sanzionando così per autorità statale un diverso trattamento verso haeretici e scismatici (ad esempio i donatisti). Le dispute teologiche che imperversano in questi anni fra le comunità cristiane diventano così un affare di Stato e in qualche modo Costantino vi si trova coinvolto in prima persona. Eccolo dunque alle prese con il conflitto fra i donatisti africani e le altre Chiese cattoliche: egli decreta, in base al pronunciamento del Vescovo di Roma, la distruzione delle chiese dei donatisti. Ma il Vescovo di Roma sembra quasi restare ai margini delle grandi scosse che agitano la cristianità.
È Costantino a convocare i due importanti Concili di Arles, nel 314, e di Nicea, nel 325. Silvestro, che pure era stato invitato dall’imperatore, non vi partecipò e si fece rappresentare da alcuni legati SAN SILVESTRO.3jpg(secondo la consuetudine era il vescovo della Chiesa ospite che presiedeva l’assemblea).
Silvestro dunque non prese parte nemmeno alla disputa lacerante aperta nella Chiesa dalle teorie di Ario, il presbitero di Alessandria che metteva in dubbio che Gesù fosse «vero Dio e vero uomo» e che pur avendo assunto in tutto la natura umana egli fosse Dio «della stessa sostanza del Padre». Ario trovava filosoficamente inconcepibile ammettere questo paradosso. Com’è noto la sua terribile eresia devastò la Chiesa, la quale, però, proprio al Concilio di Nicea, lo condannò, definendo il Simbolo che professa e proclama ancora oggi nella liturgia.
«Il Concilio deliberò altresì sulla definitiva organizzazione episcopale della Chiesa, affidando ai supremi seggi metropoliti di Roma, Alessandria e Antiochia la giurisdizione sugli ecclesiastici rispettivamente di Occidente, di Egitto, della diocesi orientale escluso l’Egitto» (Mazzarino).
Deliberò sui seggi episcopali, sul celibato dei chierici e proibì definitivamente le celebrazioni giudaizzanti della Pasqua (“protopaschite”). Solo quattro o cinque furono i vescovi occidentali che parteciparono a quel Concilio, che tuttavia assunse un’importanza straordinaria. Lo scarso rilievo che vi ebbe papa Silvestro non mette in dubbio la posizione di preminenza riconosciuta al Vescovo di Roma (emersa già con chiarezza sotto i pontificati di Vittore I e di Stefano I). Così non deve sorprendere la convocazione fatta da Costantino (il Concilio del 680, il sesto Concilio ecumenico, è il primo ad essere convocato insieme dal Papa e dall’imperatore).
Il primato del Vescovo di Roma, che siede sulla cattedra di Pietro, è sempre oggettivamente riconosciuto a prescindere dal fatto che sia un uomo straordinario come Callisto oppure uno ordinario come Silvestro. La grandezza di Silvestro, in fondo, fu quella riconosciuta dalla tradizione cristiana, il battesimo di Costantino, l’accettare che un imperatore romano facesse per la Chiesa le cose grandi che fece Costantino, anche se – almeno nel 313, il momento della grande svolta – non si può certo dire che egli sapesse cosa era il cristianesimo, che professasse i suoi dogmi e che si fosse lasciato dietro le spalle il “mondo”. Quel che è certo è che a Costantino «qualcosa di nuovo e di eccezionale san silvestroera avvenuto in quell’anno». E su questo la testimonianza del biografo, Eusebio, concorda con quella di un pagano autore di un Panegirico su quegli eventi.
Costantino, alla vigilia dello scontro con Massenzio, era molto preoccupato perché costui usava certe arti magiche in battaglia. Aveva anche capito che le divinità tradizionali, Giove o Ercole, invocate in precedenza da Severo e Galerio, contro Massenzio stesso nulla avevano potuto. Egli decideva cosìdi confidare nel summus deus che suo padre, Costanzo Cloro, aveva adorato per tutta la vita. Era il Sole, ma, dicono le cronache, Costantino si rivolse a questo unico signore «chiedendogli di rivelargli chi fosse e di stendergli la sua destra». E qui accade un fatto eccezionale.
Eusebio dice: «Se non fosse stato lo stesso Costantino a riferirmi come andarono le cose, non ci avrei creduto». Al declinare del giorno nel cielo, davanti agli occhi esterrefatti di Costantino e di tutto il suo esercito, apparve un trofeo di luce, una croce, e una scritta: «Con questo segno vincerai». Arrivata la notte gli appare in sogno il Cristo di Dio con il segno visto nel cielo e lo esorta ad accettarlo come unica difesa contro i suoi nemici. Costantino, svegliatosi, corse subito a discuterne con gli amici e decise «di non onorare nessun altro dio se non quello che aveva visto». Fu poi Osio, vescovo di Cordova, mandato subito a chiamare, che gli rivelò il nome di colui che aveva visto. Così, dopo la vittoria, per la prima volta un imperatore romano si rifiutava di salire il Campidoglio per ringraziare Giove.
Costantino non rinunciò al potere, anzi lo usò come nessun altro prima di lui. Si concepì come servo della Chiesa e ricevette il battesimo in punto di morte. Ma già Silvestro lo aveva accolto come cristiano (certo, un cristiano molto esuberante e… potente). Per questo la tradizione cristiana ci ha consegnato la leggenda del battesimo di Silvestro. Il grande obelisco innalzato davanti la basilica di san Giovanni in Laterano ce lo ricorda. Il monolite fu scolpito in Egitto 3.500 anni fa. È un esemplare unico al mondo. Costantino decise di portare a Costantinopoli questo immenso monolite.
San Silvestro reliquia
reliquia di san Silvestro
Dopo la sua morte il figlio Costanzo cambiò la sua destinazione portandolo a Roma. Ma fu papa Sisto V, nel 1587, a recuperarlo ed erigerlo dove adesso si trova. Il 10 agosto del 1588, festa di San Lorenzo, fu benedetta la croce posta sulla sommità della stele. In una delle facciate della base Sisto fece scrivere:
«Flavio Costantino Massimo Augusto / vindice ed assertore della fede cristiana / quest’obelisco, da un re egizio dedicato al Sole / con impuro voto, toltolo dalla sua sede, fece condurre attraverso il Nilo…».
E nella quarta facciata: «Costantino, vincitore per intercessione della Croce / battezzato da san Silvestro in questo luogo / propagò la gloria della Croce».
Il nome di papa Silvestro, insieme a quello di papa Martino (13 apr), è ora conferito alla chiesa titolare cardinale fondata vicino alle Terme di Diocleziano da un sacerdote chiamato Equizio. Anche papa Silvestro fece costruire una chiesa nel cimitero di Priscilla sulla via Salaria, in cui fu seppellito nel 335. Nel 761, le reliquie furono trasferite da papa Paolo I a San Silvestro in Capite, ora chiesa nazionale dei cattolici inglesi di Roma, dove il suo seggio pontificio di pietra si trova ancora nel chiostro.
É INVOCATO: – come protettore dei muratori
FONTE: Il primo grande dizionario dei santi di Alban Butler

martedì 30 dicembre 2014

BEATA MARGHERITA COLONNA

Beata Margherita Colonna

(1255-1284) 30 Dicembre
Nata in una importante famiglia Romana che vantava il Beata Margherita Colonnaritrovamento della colonna usata per la flagellazione di Cristo. Allevata dai fratelli, Margherita imparerà ad amare il prossimo disinteressatamente e a donarsi completamente al suo Amato e al suo prossimo con un cuore francescano, tanto che il suo sposo, Gesù Cristo le elargirà grandi doni.
Margherita nacque a Palestrina nel 1255 da Oddone Colonna, feudatario del luogo e da Mabilia Orsini, due potenti famiglie romane, protagoniste, nel corso dei secoli, con fasi alterne di pace e di odio reciproco, della storia della città eterna. Palestrina era la roccaforte di famiglia. La ricchezza dei nobili romani era legata ai pontefici e alle cariche ecclesiastiche: per i Colonna dei tempi della Beata basti citare Giovanni, Cardinale di S. Prassede nel 1212 e legato del pontefice durante la V Crociata.
Fu lui che portò a Roma dall’oriente la colonna che, secondo la tradizione, servì per la flagellazione di Cristo e che, ancora oggi, è conservata nella basilica romana di cui era titolare. Gli anni in cui visse Margherita furono per la Chiesa complicati e tumultuosi: dal 1268 al 1271 la sede papale rimase vacante, per il periodo più lungo della storia. Erano venti anni che il papa non risiedeva a Roma. A conclavi lunghi seguivano pontificati brevi: il potere del pontefice era fondamentale per gli equilibri del mondo cristiano e soggetto all’antagonismo tra la Francia (Carlo d’Angiò occupava molte regioni d’Italia) e l’Imperatore tedesco del Sacro Romano Impero.
Beata Margherita Colonna1Rimasta presto orfana dei genitori venne lasciata alle cure dei due fratelli Giovanni e Giacomo. Destinata ad un matrimonio prestigioso volto a confermare l’influenza della sua casata, ella al contrario si sentì attratta dall’ideale Francescano e con due pie donne abbandonò la rocca di Palestrina quarantacinque chilometri a est di Roma, e si ritirò nel sovrastante borgo di Castel San Pietro presso la chiesa di S. Maria della Costa, indossando il rozzo saio delle clarisse, dove assistette i poveri e i malati con tutta la sua energia e le sue ricchezze. Con l’aiuto del fratello Giacomo, divenuto cardinale ancora giovanissimo mentre Giovanni era senatore di Roma, potè confermare la sua vocazione religiosa e, dopo vari e infruttuosi tentativi di sistemarsi nei monasteri di Assisi e della Mentola, dovuti alla sua salute cagionevole, riuscì a fondare un proprio convento presso Palestrina dove si dedicò alla formazione delle compagne e alla carità verso i poveri nella quale dispensò il suo patrimonio personale tanto da ridursi a dover da sua volta chiedere la carità.
A causa del persistente stato di malattia, Margherita non riuscì a entrare nella congregazione né a partecipare attivamente alla sua conduzione.  Negli ultimi sette anni di vita, durante i quali si conquistò la fama di fautrice di miracoli, soffrì a causa di un cancro, malattia che affrontò con coraggio e pazienza. La sua unione con Cristo divenne sempre più intensa: fu confortata visibilmente da Gesù, dalla Madonna e dal Santo Padre Francesco. Cadde più volte in estasi e per sette anni sopportò pazientemente una ferita ulcerosa sul fianco, portata come una stimmata della Passione di Gesù. Ogni anno per San Giovanni organizzava un pranzo per i poveri e si racconta che una volta tra questi si presentarono Gesù e San Giovanni che tosto si dileguarono quando la santa li riconobbe. Fu dotata di carismi mistici .Beata Margherita Colonna2
Morì non ancora trentenne. Spirò, a causa dell’ulcera e di febbri violente, il 30 dicembre 1284. Fu seppellita a Palestrina. Immediatamente il suo sepolcro divenne meta di pellegrinaggi e i devoti, per sua intercessione, ottenevano grazie. Con l’autorizzazione di Papa Onorio IV, nel 1285, la comunità di clarisse si trasferì a Roma nel Monastero di S. Silvestro in Capite, portando con sé il venerato corpo della Beata (vi resterà fino al 1871). I suoi primi biografi furono il fratello e la prima badessa di S. Silvestro.  Il culto della B. Margherita Colonna fu confermato da papa Pio IX nel 1847 poco dopo che un decreto pontificio aveva disposto che i principi Colonna e Orsini si alternassero nella carica di principe assistente al soglio pontificio. Qui il seme da lei gettato, oltre sette secoli fa, è ancora oggi vivo attraverso le Clarisse del Monastero di Santa Maria degli Angeli.
Fonti: Il primo grande libro dei Santi di Alban Butler / Santi e beati.it

lunedì 29 dicembre 2014

Suor Josefa Menendez

Suor Josefa Menendez

Mistica – 29 dicembre 1923
josefaVisitò per 10 volte l’inferno e attraverso la testimonianza di molte anime, che le si presentavano per chiederle suffragi e preghiere, conobbe anche il purgatorio. Il demonio la incendiava o la trasportava lontano davanti agli occhi atterriti dei presenti. Eppure la sua eroicità si consumava nel nascondimento.
Il 29 dicembre 1923 moriva santamente, a 33 anni, nella casa dei Feuillants a Poitiers, Josefa Menéndez, umile sorella co­adiutrice della Società del Sacro Cuore, dopo solo quattro anni di vita religiosa trascorsi nel più oscuro nascondimento. Si sarebbe detto che il mondo dovesse ignorarla del tutto, e che non le sarebbe stato concesso se non il fuggevole ricordo delle consorelle; ma ecco che, dopo 40 anni dalla morte, il nome suo risuona nel mondo, e, dall’estremità dell’America, dell’Africa, dell’Asia, dell’Oceania, la si invoca con fervore e si ascolta con rispettoso raccoglimento il Messaggio che, per comando divino, ella doveva trasmettere agli uomini.

VIDEO-MESSAGGIO 

Josefa a 18 anniNel 1938, sotto il titolo «Invito all’Amore », l’Apostolato della Preghiera di Tolosa fece conoscere, nella parte sostanziale, il Messaggio del Cuore di Gesù, e l’allora Card. Pacelli, in una lettera di prefazione, si degnò raccomandare a tutti la lettura di quelle pagine. Dopo 5 anni venne chiesta, con insistenza, la biografia completa di Sorella Josefa. Sul principio, tanto la Superiora che il Direttore si mostrarono prudentemente riservati e diffi­denti, ma infine dovettero arrendersi all’evidenza dei fatti, e credere alla Missione dell’umile Sorella.

IIa PARTE

Il 24 febbraio 1921, di sera, Gesù disse a Suor Josefa: «Il mondo non conosce la misericordia del mio Cuore, dice Gesù a Josefa. Voglio servirmi di te per farla co­noscere… ti voglio apostola della mia bontà e della mia misericordia. T’insegnerò che cosa ciò significhi; tu di­menticati». E siccome Josefa esponeva i suoi timori: «Ama e non temere di nulla. Voglio ciò che tu non vuoi, ma posso ciò che non potrai. A te non tocca scegliere, ma abbandonarti».
Dio sceglie suor Josefa come vittima per le anime, specialmente per le anime consacrate. La sua missione è duplice: deve essere vittima e messaggera.
josefa1 «Ama, soffri, obbedisci, le disse, e così potrò realizzare in te i miei Disegni» (9 gennaio 1921). E il 12 giugno 1923 le conferma più chiaramente il suo pensiero: «Riguardo a te, vivrai nella più completa e profonda oscurità; ma perché sei la vittima che ho scelta, tu soffrirai e morirai inabissata nei patimenti. Non cercare né riposo, né sollievo, perché non ne troverai, avendo io così disposto. Ma il mio Amore ti sosterrà. Io non ti mancherò mai».

IIIa PARTE


Come Lui, sarà la vittima pura. Non si può espiare per gli altri se dobbiamo espiare per noi stessi. Dio aveva circondata Josefa, fin dalla nascita, di purezza e non si scorge, nella sua esistenza, alcuna colpa pienamente avvertita. Le sue più grandi infedeltà, come ella stessa diceva, consistevano nell’esitare di fronte ad una missione che la turbava, niente però che avesse potuto in alcun modo offuscarne il cuore e l’anima. Nostro Signore vigilava gelosamente. «Ti voglio talmente dimentica di te, e così abbandonata alla mia volontà che non ti permetterò la più piccola im­perfezione senza avvertirtene» (21febbraio 1921).
Questo amore dà loro una forza so­vrumana di sopportazione che Josefa descrive assai bene: «Da una ventina di giorni l’anima mia si sente attratta a sof­frire. In passato tutto mi faceva paura e quando Gesù mi diceva di avermi scelta per vittima, provavo un fremito in tutto l’essere; ora è l’opposto.A giorni soffro tanto che se Egli non mi sostenesse non potrei vivere, perché patisco in tutte le membra. Nonostante ciò l’anima mia vorrebbe sopportare ancora di più per Lui, benché la natura opponga talvolta resistenza. Quando comincio a provare questi dolori tremo e indietreggio istintivamente, ma nella volontà c ‘e’ una forza che accetta, che vuole, che Sr Josefa Menendez (1890-1923)desidera soffrire di più. Se in quel momento mi si offrisse o di andare in cielo, o di con­tinuare a patire, preferirei mille volte restare in terra per consolare il Cuore divino, benché arda dal desiderio di unirmi a lui. Capisco che è Gesù che mi ha cambiata così…» (30 giugno 1921).
Durante la Quaresima del 1922, Dio la mette in contatto con un altro abisso di dolore, quello del purgatorio. Molte anime vengono ad implorare i suoi suffragi e i suoi sacrifici: «Abbi compassione di me, fa’ degli atti d’umiltà per riparare il mio orgoglio. Così potrai liberarmi da questo abisso.» «- Ho passato sette anni in peccato mortale – confessava un’altra – e sono stata tre anni ammalata. Ho sempre rifiutato di confessarmi. Mi ero preparato l’inferno e ci sarei caduta se le tue sofferenze di oggi non mi avessero ottenuto la forza di rientrare in grazia. Sono ora in purgatorio e ti supplico, poiché hai potuto salvarmi: liberami da questa prigione tanto triste!»
La forza diabolica s’infrangerà contro la fragilità di Josefa. Già durante il suo postulato, il maligno l’assale con una grandine di colpi, giorno e notte, che le vengono inflitti da mano invisibile, specialmente nella preghiera e quando protesta di voler essere fedele ad ogni costo. Talora, viene strappata violentemente dalla cappella, o si trova nell’impossibilità di entrarvi. Altre volte le apparizioni del demonio si succedono sotto l’aspetto di un cane ripugnante, d’un serpente, o, ancora più terribili, in forma umana. Ben presto, nonostante l’assidua vigilanza delle Superiore, Josefa viene ripetutamente trasportata altrove. Sotto i loro occhi essa, ad un tratto, sparisce, e la si ritrova, parecchio tempo dopo, o nel solaio, o sotto qualche mobile, o in qualche luogo deserto. In loro presenza viene bruciata senza che il demonio appaia, e si vedono le vesti di Josefa in fiamme, e sul corpo i segni delle terribili scottature.suor josefa menendez
Dieci volte Suor Josefa sarà bruciata: questo fuoco lascerà tracce non solo sugli abiti, ma ancor più sulle sue membra. Piaghe vive, lente a chiudersi, imprimeranno sul suo corpo cicatrici che ella porterà con sé nella tomba. Vari oggetti di biancheria bruciati si conservano ancora e attestano la realtà della rabbia infernale e il coraggio eroico che sostenne quegli assalti per rimanere fedele all’opera di Amore.
La sera del giovedì santo, 13 aprile 1922, Josefa scriveva: «Verso le tre e mezzo mi trovavo in cappella quando davanti a me vidi qualcuno vestito come Nostro Signore, ma un poco più alto di statura, molto bello, con un’espressione di pace nella fisionomia che attraeva. Indossava una tunica di colore rosso violaceo scuro. In mano aveva una corona di spine simile a quella che Gesù mi portava nel passato». «- Sono il Discepolo del Signore – disse. – Sono Giovanni l’Evangelista e ti porto uno dei gioielli più preziosi del divino Maestro». «Mi diede la corona ed egli stesso me la posò sul capo».
Più di cento volte discende nell’abisso, e, ad ogni discesa, le sembra di esservi entrata per la prima volta e di esservi da secoli interi! Eccetto l’odio di Dio, ella ne subisce tutti i tormenti, tra cui non è il minimo quello di ascoltare le sterili confessioni dei dannati, le grida di odio, di dolore, di disperazione. Quando Josefa ne esce fuori, affranta e sfinita, ogni soffe­renza per salvare le anime le appare ben poca cosa, e, nel tornare a contatto con la vita, il suo cuore non sa contenere la gioia di poter ancora amare!
addolorataLa Madre celeste la soccorre: «Mentre tu soffri, l’azione del demonio su quell’anima è meno forte» (22 luglio 1921). «Tu soffri per riposare Gesù e ciò non basta per darti coraggio?» (12 luglio 1921). Nostro Signore stesso le rivela i tesori di riparazione e di espiazione contenuti nella prova cui la sottopone (6 ottobre e 5 novembre 1922). Dio le concede di vedere, nell’inferno le manifestazioni di rabbia del demonio, allorché gli sfuggono le anime che egli credeva di aver fatte sue, proprio quelle per le quali Josefa aveva espiato!
«Non è il peccato che ferisce maggiormente il mio Cuore, Egli dice , ma ciò che più lo strazia è che le anime, dopo averlo commesso, non vengono a rifugiarsi in me» (29 agosto 1922). Ciò che vuole, ciò che desidera ardentemente, è la fiducia nella sua Misericordia e Bontà infinite. «Non intendo dire che un’amma, per il fatto stesso che è prescelta, non debba più cadere in difetti e venga li­berata da ogni miseria. No, cadrà, e cadrà più volte. Ma se si umilia e riconosce il suo nulla, se si sforza di ri­parare le colpe con piccoli atti di generosità e di amore, se confida e si abbandona di nuovo al mio Cuore, mi glorificherà di più, e potrà far più bene alle anime che se non fosse mai caduta. Poco mi curo della miseria; quello che m’importa è l’amore» (20 ottobre 1922). Ciò che il Cuore divino desidera dai suoi è dunque l’umiltà, la fiducia e l’amore.
Il Messaggio non consiste soltanto nelle parole affidate a Josefa, ma nell’intera vita di lei. E’ stata controllata, seguita da te­stimoni irrefutabili, che possono affermare e la virtù inconte­stabile dell’umile e oscura messaggera misericordia1dell’amore infinito, e la realtà dei suoi stati soprannaturali di cui hanno avuto la prova palpabile. Mai si notò in lei qualche segno di ricerca personale.  Gli scritti di questa umile sorella coadiutrice, ignorante agli occhi del mondo, verranno indubbiamente letti e meditati da teologi e da maestri di vita spirituale. Come già per S. Teresa del Bambino Gesù, si pubblicheranno numerose opere per commentarne la profonda dottrina e scoprirne i segreti d’amore. Ma ciò che è meglio, innumerevoli grazie di conversione e di santità fioriranno dopo la lettura di queste pagine. Il mondo potrà meravigiiarsi che da un nulla, qual è la vita di Josefa, possano scaturire cose tanto grandi, ed è precisamente questo nulla la prova divina. In verità il Messaggio è firmato da mano divina: Digitus Dei est hic!
P. H. MONIER-VINARD S. J.
Per scaricare il libro e avere altre informazioni : http://www.profeti.net/Carismatici/suor%20Josepha%20Menend%C3%A9z/index.htm
Fonti: http://www.profeti.net/Carismatici/suor%20Josepha%20Menend%C3%A9z/Introduzione.htmhttp://purgatorio.altervista.org/doc/testimonianze/josefa/josefa.html