SANTA CRISTINA DI MARKGATE
La prima parte della Vita di Cristina (o Teodora) di Markgate è la storia familiare di una fanciulla che aveva la vocazione religiosa, ma i cui genitori desideravano che accettasse invece un matrimonio di convenienza. Quello che colpisce nel suo caso è la forza della sua risposta all’opposizione della Chiesa e dei genitori. Cristina proveniva da una nobile famiglia sassone dell’Huntingdonshire. Mezzo secolo circa dopo la conquista normanna, gli invasori e i sassoni sottomessi stavano venendo a patti. Il padre di Cristina, Aitti, era un mercante ricco e influente.
Il rifiuto al matrimonio combinato divenne un vero e proprio caso pubblico seguito e commentato da nobili e clero, con tanto di fughe, minacce, percosse e nascondigli. Non mancano le scandalose bustarelle e le ripicche, ma alla fine la sua santità e la sua tenacia ebbero la meglio.
Evidentemente lui e la madre, Beatrice, erano devoti almeno in senso convenzionale, poiché nel 1112, quando la figlia aveva circa sedici anni, la portarono all’abbazia di S. Albano, per visitare il sepolcro del martire. Dopo che la fanciulla ebbe osservato attentamente il luogo e il comportamento pio dei monaci che l’abitavano, sottolineò la fortuna dei confratelli ed espresse il desiderio di unirsi a loro. Alla fine, mentre lasciavano il monastero, con un dito fece il segno della croce sulla porta, per sottolineare che amava molto quel luogo. Pronunciò un voto privato di verginità. Evidentemente non ci furono testimoni, e prima che potesse farlo pubblicamente, i genitori concordarono il matrimonio. Lusinghe, “grandi promesse”, minacce, e persino le percosse non le fecero cambiare idea. I genitori la condussero dal priore di Santa Maria, ad Huntingdon, dichiarando che il comportamento della figlia li aveva sottoposti “alla derisione dei nostri vicini, e di quanti avevano a che fare con loro”.
Il priore parlò della santità del matrimonio, e Cristina gli rispose a tono, finché il primo capì che non sarebbe riuscito a farle cambiare idea
e suggerì di condurla dal vescovo di Lincoln, che sarebbe giunto per
sistemarsi in una proprietà vicina. La questione fu complessa, dal punto
di vista del diritto ecclesiastico: il matrimonio è un sacramento della
Chiesa, ma un voto di celibato, se dimostrato, è un ostacolo al matrimonio. Il priore consultò il vescovo Roberto Bloet di Lincoln accompagnato da “i cittadini più nobili, che
pensavano che, giacché il matrimonio era già avvenuto, il vescovo
avrebbe immediatamente ordinato alla donna sposata di sottomettersi
all’autorità del marito”. A questo punto l’ostinazione di Cristina era diventata una questione pubblica ad Huntingdon: aveva rifiutato di accettare l’autorità del padre, del marito e del priore, e i nobili, oltraggiati, si aspettavano soltanto una risposta.Ruggero rifiutò irosamente la proposta, affermando che non aveva intenzione di
sciogliere matrimoni. Eadwin era così certo della giustizia della causa di Cristina che per lei cercò altri nascondigli temporanei, poi intraprese l’unica azione ecclesiastica possibile: si appellò all’arcivescovo di Canterbury, ottenendo un incontro con l’arcivescovo a cui raccontò la storia di Cristina. L’arcivescovo, Rodolfo d’Escures, “un
uomo profondamente preparato in diritto ecclesiastico e civile, come
dovrebbe essere un uomo nella sua posizione, e ben accetto a tutti per
la sua pietà”, decise in favore di Cristina, dicendo a Eadwin di “affrettarsi ed andare ad assistere la preziosa colomba di Dio”. Cristina scelse di recarsi a Flamstead per far visita ad una donna eremita chiamata Alfwen, non lontano dall’eremo di Ruggero: scappo dalla casa paterna e cavalcò per cinquanta chilometri circa, e per sei ore, per paura di essere catturata. Fu felicemente accolta da Alfwen, che le diede l’abito, e la fece nascondere in una piccola cella, dove “rimase attentamente nascosta per molto tempo, trovando una grande gioia in Cristo”.Sebbene i genitori e il marito perlustrassero la campagna, non riuscirono a trovarla, e due anni dopo (forse alla morte di Alfwen) Ruggero,riconoscendo la forza della sua vocazione, accettò di prendersene cura. La fanciulla continuò a vivere nascosta e soffrì per oltre privazioni e malattie, ma era sostenuta dalle visioni della Regina celeste. Alla fine il marito giunse al suo eremo, accompagnato da due suoi fratelli, uno canonico e l’altro laico, e il matrimonio fu solennemente annullato alla presenza di Ruggero e altri cinque eremiti che vivevano in quel luogo. Nel 1122, il fidanzamento e il matrimonio furono ufficialmente annullati dall’arcivescovo di York, poiché la donna aveva pronunciato un voto di verginità, era stata costretta al matrimonio con la forza e il matrimonio non era stato consumato. Alla morte di Ruggero, Cristina fu costretta a lasciare Markgate per un periodo a causa del continuo antagonismo del vescovo Roberto Bloet, ma poté tornarvi dopo la morte di quest’ultimo, nel 1123, restandovi in pace fino alla fine. Suo fratello Gregorio diventò monaco dell’abbazia di S. Albano, e il monastero diventò il centro spirituale di Cristina.
L’arcivescovo
Turstano rimase così colpito dalla santità della sua vita e dalla
conduzione del priorato, che nel 1130 le chiese di diventare badessa del
suo convento di S. Clemente, a York. Le grandi fondazioni di
Fontrevault e Marcigny le chiesero di unirsi a loro, ma Cristina fu
persuasa dall’abate Goffredo di S. Albano
a rimanere a Markgate. Cristina aveva una considerevole influenza su
Goffredo, e lo spinse a condurre una vita di preghiera, solitudine e
povertà, piuttosto che avere a cuore l’ambizione ecclesiastica. A quanto
pare, Cristina era tranquilla e composta, non si infliggeva
mortificazioni eccessive, era abile nel cucito e ricamò alcune mitre e
sandali per il papa inglese Adriano IV, che aveva studiato presso l’abbazia di S. Albano.Fonte: Il primo grande Dizionario dei Santi di Alban Batler

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