fondatrice e dottore della Chiesa (1515-1582) 15 ottobre
Anche se visse in un’età di riformatori e fondatori, a partire già dai suoi contemporanei fu la prima donna di tutti i tempi, a cui fu conferito il titolo di dottore della Chiesa. La santa aveva trovato modi nuovi per descrivere il progredire del cristiano nella vita spirituale, utilizzando similitudini intense e un linguaggio semplice.
Teresa de Ahumada y Cepeda
nacque ad Avila nel 1515. Il padre, don Alonso Sanchez de Cepeda,
risposatosi dopo la morte della prima moglie con dona Beatrice de Ahumada,
ebbe nove figli,
la terza dei quali era Teresa. La famiglia era
ricca e don Alonso godeva di un’alta stima ad Avila, benché – essendo stato
suo padre un ebreo convertito di Toledo – non potesse vantare la purezza razziale necessaria per essere pienamente accettato nella società spagnola del XVI
secolo (e per sfuggire ai
sospetti dell’Inquisizione, incapace di credere che i convertiti fossero autentici cristiani). I
conversi, in Spagna, erano
esclusi da molte cariche statali e dalla maggior parte degli ordini religiosi;
se Teresa fu estremamente aperta su molti aspetti della propria vita,
mantenne invece il silenzio sui propri antenati e la sua storia
famigliare potrebbe anche aver influito sulla successiva convinzione
dell’insignificanza dei titoli familiari e della necessità di trattare
tutti alla pari. La sua
infanzia fu
felice, normale e pia, e non è molto significativo il
precoce interesse che dimostrò
per le Vite dei martiri, lette avidamente,
perché costituivano di fatto i romanzi d’avventura del tempo.
VIDEO-STORIA
1° parte http://www.youtube.com/watch?v=eifFqO1xf10
2° parte http://www.youtube.com/watch?v=SpT3Of_W4gY
La santa e il fratello maggiore, Rodrigo,
impressionati dall’idea del paradiso che dura «per sempre, per sempre, per sempre», come amavano ripetere,
convennero che subire il martirio per mano dei Mori sarebbe stata la strada più breve per raggiungerlo e scapparono di casa;
riportati però indietro da uno zio e quindi fallito il tentativo di diventare martiri,
decisero che fosse più alla loro portata il grado immediatamente inferiore di santità,
l’essere eremiti, e si costruirono delle celle in giardino. Questi atteggiamenti infantili non hanno importanza in se stessi, ma ci mostrano i primi segni della
capacità che Teresa ebbe poi
per tutta la vita di agire con profonda convinzione e di persuadere gli altri a seguirla: si noti che
a quel tempo Rodrigo aveva undici anni e la santa solo sette.
Teresa divenne una ragazza carina e affascinante, e dotata, come ebbe a dire lei stessa, della grazia di piacere alla gente. Cominciò ad apprezzare la lettura dei romanzi, abitudine che cercò di tenere nascosta al padre, e si unì ad amici piuttosto mondani, tra cui alcuni cugini. Le piacevano i vestiti, i gioielli e i profumi:
quando molto tempo dopo si trovò a scrivere la propria autobiografia,
fu molto severa con se stessa a proposito di questi anni; in realtà non
fece niente di biasimevole e semplicemente coltivò le normali frivolezze
e vanità adolescenziali e una sensibilità forse un po’ troppo
romantica.
Don Alonso, trovatosi solo ad accudire la numerosa famiglia dopo la
morte prematura della moglie (
quando Teresa aveva tredici anni), ritenne che la figlia sarebbe stata meglio lontana da casa e
la inviò in un vicino convento agostiniano,
che fungeva
da scuola secondaria per
ragazze benestanti. Nella società del tempo c’erano solo due strade da
scegliere, il matrimonio o la vita consacrata, e se Teresa si sentiva
attratta ma anche spaventata da quest’ultima, non pare invece che abbia
mai preso in considerazione l’idea del
matrimonio, sempre visto in modo negativo. Dopo una
grave malattia e un lungo travaglio spirituale, Teresa
decise finalmente
di entrare nel convento carmelitano dell’Incarnazione,
ma, avendole il padre rifiutato il permesso, per intraprendere la vita religiosa
dovette scappare di casa (novembre 1535).
Don Alonso ritirò il divieto e Teresa sentì di aver intrapreso un
cammino che le avrebbe consentito di salvare almeno la propria anima;
ella non pretendeva di avere una particolare vocazione per la vita
carmelitana:
la scelta di quel convento era dipesa soprattutto dalla
presenza in esso di un’intima amica e non c’era nient’altro che lo
distinguesse dai molti altri che la santa avrebbe potuto scegliere.
Le monache avevano uno stile di vita piuttosto rilassato: erano liberamente ammessi visitatori di ogni tipo, mentre
le suore stesse potevano trascorrere fuori dal convento tutto il tempo che volevano. Anche
se questo non era molto ricco ed era costruito in una decorosa povertà
piuttosto che nel lusso, lo stato sociale che ciascuna aveva nel mondo
non si perdeva all’entrata nel convento e la numerosa comunità, che
contava circa centottanta monache, era divisa in gruppi e fazioni;
quelle che se lo potevano permettere avevano il permesso di tenere con sé la propria servitù.
Nello stesso tempo, le suore si recavano in chiesa molte volte ai
giorno per recitare l’Ufficio divino, si confessavano almeno ogni
quindici giorni, osservavano la disciplina e digiunavano regolarmente.
Benché quindi un visitatore vi potesse trovare poco dell’ideale
originario, che prevedeva una vita consacrata alla

contemplazione, non vi erano neppure scandali.
Teresa viveva in una relativa comodità, con la propria cappella, la cucina e la stanza degli ospiti (dove ospitò per un certo periodo la sorella minore Giovanna).
Un anno dopo la professione solenne Teresa si ammalò e il padre la tolse dal convento per farla curare meglio. In questo periodo lesse un libro sulla preghiera, La terza parte dell’alfabeto spirituale, che uno zio molto devoto le aveva donato. Una guida alla preghiera mentale e contemplativa: da lì Teresa apprese l’importanza del raccoglimento e la possibilità di aprire la propria anima all’accoglienza passiva di Dio nel silenzio.
Scrisse più tardi di essere rimasta incantata dal libro e “aver preso
la decisione di perseguire quella forma di preghiera con tutte le mie
forze”. La sua copia, molto consunta e sciupata, esiste ancora.
Tuttavia, la sua salute peggiorò: fu colpita da una paralisi quasi completa, le fu diagnosticata la tubercolosi e dopo un gravissimo collasso si pensò che fosse morta. Le ci vollero tre anni per ritornare in buone condizioni di salute ma, purtroppo, la guarigione comportò anche il ritorno alla vita piuttosto mondana dell’Incarnazione,
dove Teresa si lasciò nuovamente catturare dalle innumerevoli
distrazioni. Nonostante le cose che aveva appreso e cominciato a
praticare, abbandonò la preghiera mentale, convincendosi di non essere sufficientemente degna di parlare con Dio così intimamente e
di esserne anche impedita per la precaria salute, ma di conseguenza,
non essendo le pratiche religiose e di penitenza accompagnate da una
preghiera interiore, il senso di frustrazione che la santa cominciava ad avvertire aumentò.
Il suo confessore le disse di tornare alla semplice meditazione come forma di

preghiera mentale
e di ricevere la comunione ogni quindici giorni,
ma per Teresa la preghiera rimaneva ancora qualcosa di estremamente difficile:
“Mi sentivo così depressa che dovevo raccogliere tutto il mio coraggio per costringermi a pregare”. La santa
perseverò nei tentativi di pregare nonostante
gli apparenti insuccessi: imparò da uno dei propri confessori (la
maggior parte dei quali non la capivano) a esaminare la propria
coscienza non secondo i peccati commessi ma sulla base del bene che ella
aveva impedito opponendosi alle grazie che Dio le elargiva. Fu una
conversione lenta, durante la quale come lei stessa disse,
“da un lato c’era Dio che mi chiamava, dall’altro c’ero io che seguivo il mondo”. Il senso del proprio peccato e della propria indegnità, espresso dalla santa con toni che a noi possono apparire esagerati,
aumentò via via che cresceva la consapevolezza della presenza di Dio. Cominciò a sperimentare
visioni e voci intorno, godendo in certe occasioni delle più alte grazie mistiche. Fu dunque una vera nuova conversione
tutto consistette nel confidare solo in Dio e rompere con i legami umani a cui sapeva di essersi troppo attaccata.
Quando Teresa espresse il
desiderio di fondare un convento che avrebbe seguito rigorosamente la regola carmelitana, si sollevò un
opposizione fortissima. Molte
suore vedevano
minacciato il proprio stile di vita e alcune, senza dubbio, si
interrogavano sulla sincerità di Teresa, dei suoi rapimenti ed
esperienze

mistiche.
L’inquisizione stava particolarmente all’erta in questo campo affermando che era
la preghiera doveva essere corale e non mentale.
Teresa e le sue quattro compagne iniziarono a vivere secondo quella che ritenevano la Regola carmelitana originale: non indossavano scarpe da questo il nome di “carmelitane scalze”; conducevano una vita di preghiera e penitenza; Teresa metteva in guardia le sue sorelle dalle eccessive mortificazioni corporali perché nutriva una forte antipatia “per i santi dal viso lungo che rendono ripugnati le virtù e se stessi” e credeva invece che le suore sarebbero diventate più sante solo nella misura in cui “fossero state più socievoli con le proprie sorelle”. Il piccolo monastero dipendeva interamente da piccole offerte volontarie.
Nel 1567 il padre generale dell’ordine le diede il permesso di fondare altri conventi. Nei nove anni successivi Teresa
fondò dodici conventi,
viaggiando attraverso la Spagna in condizioni terribili, incontrando il più delle volte opposizione e soffrendo per la salute malferma.
Era molto
esigente con gli amici, lamentandosi se pensava che
la stessero trascurando, e li rimproverava, incoraggiava e stuzzicava a
seconda di quello che il momento esigeva.
I viaggi la resero.

La comunione con Dio divenne così intensa che giunse a sperimentare nel 1572 lo stato di
unione mistica, o matrimonio spirituale, con Lui; nel tentativo di spiegare tale fenomeno faceva uso di numerose similitudini:
«E
come se un sottile ruscello entrasse nel mare, da cui non riuscirà più a
trovare la via per separarsene, o come se in una stanza ci fossero due
ampie finestre da cui entra la luce: essa penetra attraverso punti
diversi, ma poi diventa una realtà sola». In
questo stato tutto ciò che
l’anima desidera è che si compia la volontà di Dio ed è presente una
costante consapevolezza della sua vicinanza. La vita che conduceva la santa in questi anni mostrava la possibilità di conciliare
la più profonda contemplazione con una grande attività e l’attenzione a questioni secolari, ma, come lei stessa scrisse a suo fratello nel 1577, potevano insorgete dei problemi:
«Per più di una settimana
mi sono trovata in una tale condizione, che se fosse perdurata,
difficilmente avrei potuto occuparmi di tutti i miei impegni [...] Avevo
sperimentato nuovamente dei rapimenti estatici, che mi procurarono
molte angustie. Parecchie volte mi sono accaduti in pubblico, per
esempio durante il mattutino. E’ del tutto inutile cercare di opporsi o
tentare di nascondere ciò che sta succedendo. Mi vergognavo talmente che
mi sarei voluta nascondere da qualche parte. Prego vivamente Dio che
non permetta più che mi accadano in pubblico [...] Ultimamente andavo in
giro come se fossi ubriaca».
Crescevano intanto le prove esterne. Il suo programma di
riforma era quasi del tutto ultimato dopo il 1576, quando subì un grave
tentativo di sabotaggio da parte dei carmelitani calzati, o frati non
riformati, che volevano bloccarlo.
All’inizio del 1582, sentendo vicina la
morte, desiderò fare ritorno ad Avila, non riuscendo però ad arrivare
oltre il convento di Alba de Tormes, dove il 4 ottobre morì, ripetendo costantemente le parole «Un cuore affranto e umiliato tu, o Dio, non disprezzi [...] Non respingermi dalla tua presenza».
Dopo tutto, disse alle sue suore, era sempre stata una figlia fedele
della Chiesa e in questo confidava. Il suo culto si diffuse rapidamente
in tutta la Spagna e si fece a gara, con dubbio gusto, per ottenerne il
corpo o una qualche parte significativa da custodire come reliquia. Anche se visse in un’età di riformatori e fondatori, a partire già dai suoi contemporanei fu ritenuta la figura più alta e alcuni volevano persino che fosse affiancata a S. Giacomo il Maggiore (25 lug.) come patrona di Spagna. Anche se in vita non fu famosa per i miracoli compiuti, molto presto numerosi prodigi furono attribuiti alle sue reliquie.
Nel 1688 la sua festa fu estesa alla Chiesa universale, onore
concesso in precedenza solo a sante che erano state vergini martiri, e,
prima donna di tutti i tempi, nel 1970 le fu conferito il titolo di dottore della Chiesa. Molto di quello che conosciamo su Teresa deriva direttamente dai
suoi scritti: oltre alle
Lettere, il
Libro delle fondazioni. Il cammino di perfezione, Il castello interiore l’autobiografia
[La vita della santa Madre Teresa di Gesù), Pensieri sull’amore di Dio (un commentario su parte del Cantico dei Cantici), le
Costituzioni, e molte opere minori, come le
Relazioni spirituali. Si tratta di
una produzione enorme se si tiene conto che Teresa, oltre a

essere
priva di un’adeguata istruzione, fu molto attiva e operosa.
La
sua fonte principale era l’esperienza di vita, ma il suo pensiero era
ben radicato nella Scrittura e in particolare nei Vangeli.
Scrisse la maggior parte delle sue opere per obbedienza ai superiori o ai confessori,
avendo pochissima fiducia nelle proprie capacità. Quando, per esempio,
le chiesero di scrivere qualcosa sulla preghiera, rispose: «
Per
amore di Dio, lasciatemi lavorare al filatoio, andare nel coro e
compiere i doveri della vita religiosa, come le altre suore. Non sono
destinata a scrivere: non ho né la salute né l’intelligenza per farlo». Ma per fortuna qualcosa scrisse e il risultato è uno dei più grandi classici spirituali:
Il castello interiore
Nel 1970
papa Paolo VI la dichiarò dottore della Chiesa in considerazione dello straordinario contributo offerto alla teologia mistica e alla spiritualità cristiana.
È INVOCATA; - come protettrice degli scrittori cattolici
spagnoli e dei merlettai – per la liberazione delle anime dal purgatorio
e per le malattie del cuore
Fonte: Il primo grande dizionario dei santi di Alban Butler
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